L’onda

La maggior parte delle persone è occupata in una qualità significativa di comportamenti inutili. Mentono, commettono piccoli furti, non rispettano le regole del traffico, abbandonano il lavoro, odiano qualcuno, dicono maldicenze o usano qualche trucco sotto banco per superare il loro vicino. La persona sovrasocializzata non può compiere queste cose, o se le compie queste generano in lui un senso di vergogna e di odio di sé. La persona sovrasocializzata, addirittura, non può neanche provare, senza sentirsi in colpa, pensieri o sentimenti contrati alla moralità accettata; egli non può avere “cattivi” pensieri. E la socializzazione non é solo materia di moralità. Noi siamo sovrasocializzati per conformarci alle molte norme di comportamento che non cadono sotto il titolo della moralità. Così la persona sovrasocializzata è legata a un guinzaglio psicologico e spende la sua vita percorrendo binari che la società ha costruito per lui. In molte persone sovrasocializzate il risultato è un senso di coercizione che può divenire una dura sofferenza. Noi sosteniamo che la crudeltà peggiore che gli esseri umani si infliggono l’un l’altro è la sovrasocializzazione.

[tratto da “La società industriale e il suo futuro” di Theodore John Kaczynski (Ted Kaczynski) meglio conosciuto come il “Manifesto” di Unabomber]

 

Sei mattiniera oggi, sveglia alle 5 e mezza per prendere l’unico treno che la mattina ti porta dalla valle in città. E mentre ti trucchi, un po’ di matita, copriocchiaie d’ordinanza, rimmel e l’ombretto no che non lo sopporti, pensi che 7 euro andata e 7 euro ritorno sono tanti da spendere per una che deve solo portare un curriculum. Recruiting la chiamano, questa giornata del cazzo dove agenzie interinali accumulano vite su pezzi di carta da impilare in cartelline per poi distribuirle al padrone di turno. 14 euro per portare un curriculum, minchia devi essere proprio scema ma ti stai già facendo troppi problemi e sai già che se ci pensi bene bene non ci andrai più. Allora zero spazio ai pensieri, caffè, merendina senza appetito ed esci di casa alle 6.30 che il treno passa alle 7 e dieci. Un treno zeppo di pendolari dall’alito pesante di colazioni, signore molto truccate e ben vestite a quell’ora del mattino (ma come cazzo faranno?), studenti, zingari che chiedono soldi, uomini in golfino di finto mohair e ragazze con le calze colorate. Una leggera nebbia si alza da terra come fosse vapore, la vedi attraverso il finestrino, tutta la campagna è bagnata di brina, cerca di scongelarsi, i fili d’erba tentano di rialzarsi, le foglie di aprirsi, il sole non riesce a farsi spazio tra le nuvole come tu non riesci a fare spazio per un po’ di luce in mezzo a quel pensiero dei 7 euro andata e 7 euro ritorno. Ma li mortacci, non se ne va questo pensiero, non c’è niente da fare, ti accompagna per tutto il viaggio e nient’altro riuscirà a farsi strada in mezzo alle nebbie del tuo cervello.

La città ha il solito caos dei semafori, della gente e dei palazzi, numero civico 53, c’è già qualcuno che aspetta, dei ragazzi infreddoliti dentro giubbini minimi e strizzati fumano all’angolo della strada con dei fogli in mano e questi dell’agenzia se la prendono proprio comoda, aprono alle 9 e mezza come nulla fosse, aspetti e mentre aspetti, purtroppo, ascolti. I drammi di chi cerca lavoro sono tutti lì, prima di te, non si può fare a meno di sentirli, non c’è un minimo di privacy in quella stanza, la gente si guarda disperata come un branco di animali in trappola, le sfighe della povera carne da macello che ha il privilegio di essere entrata prima di te sono ormai a conoscenza di chiunque si trovi dentro quel posto. Un crampo allo stomaco, acidità e disgusto.

Poi tocca a te, ti siedi davanti ad una ragazzina fresca di diploma, mèches bionde e unghie lunghe tutte disegnate di fiorellini e brillantini, guarda il tuo curriculum e quasi si dispiace “ah ma tu non abiti in città” mandando in mille pezzi la tua scelta di non vivere in quel posto di merda, di seguire il tuo ragazzo in campagna ma che sia maledetto lui e l’attimo in cui hai creduto che l’avresti amato per tutta la vita e invece siete solo una misera coppia che scopa una volta al mese e sta ancora insieme per paura della solitudine. “No ma avrei la possibilità di stare qui”. Menti e non sai manco mentire e la ragazzina lo sa, 14 euro, pensi, 7 euro andata e 7 euro al ritorno ogni giorno sarebbero, e lei storce la bocca piena di lipgloss e ti fa qualche altra domanda a voce altissima e dietro sentono tutti, anzi quando vai via ti guardano negli occhi e ti senti colpevole di reati gravissimi che non sapevi di aver commesso. Proprio bella questa giornata di recruiting, 14 euro per sentirsi una merda “sono proprio una cretina deficiente, se stavo in città potevo venire qui a tempo perso invece siccome sono scema..” vabbè, sai che c’è, è quasi Natale, guardiamoci le luminarie della città, e facciamoci un giro per negozi. Tanto non potresti comunque comprare un cazzo quindi sei immune dal consumismo.

Ma non sei la sola, la strada è piena di gente ma nessuno compra niente, stanno tutti in giro a ciondolare, non lavora nessuno stamattina e improvvisamente ti viene l’assurda consapevolezza che il numero dei disoccupati tanto sbandierato sui giornali sia un tantinello ritoccato al ribasso. E anche tu vaghi fintamente, in bilico tra la voglia di non pensare a nulla e la rabbia che monta, sorda, e che cerchi di ignorare mettendole un coperchio come fosse una pentola colma di un veleno ignoto, ricacciandola in fondo, facendo finta di nulla. Entri in uno di questi negozi in franchising pieno di bigiotteria e cerchi un paio di orecchini abbordabili per continuare la recita, ti piacciono questi rossi, ti starebbero proprio bene ma cazzo, 5 euro e 50, ma vaffanculo morite tutti.

Mentre prosegui su via del Corso davanti all’Ovviesse c’è uno strano imbottigliamento dovuto a due ragazze vestite da Babbo Natale, ma forse sarebbe meglio dire svestite, che distribuiscono caramelle e volantini. Strette in un body rosso con le tette di fuori, stivaletti al ginocchio, hanno le cosce e le braccia livide dal freddo. Ti sorridono fintamente quando passi, capello piastrato molto emancipato, fondotinta e fard emancipato, rossetto emancipato, tette e culo emancipato e volantino emancipato. Il corpo è mio e me lo gestisco io e mentre cammini esplodi, non ce la fai più a stare dentro, oltrepassato l’assembramento ti fermi a gambe larghe in mezzo a via del Corso, con la bocca aperta spalancata e non riesci ad emettere un suono, il rumore di qualcosa che si rompe lo senti solo tu, è solo dentro di te.

Poi la vedi, la tua rabbia, uscire dalla tua bocca, invadere la strada, avviluppare la gente, risalire i portoni, infilarsi vischiosa nelle fessure, salire di livello ed eccola è già al primo piano, liquida come l’acqua ma puzza di benzina. Tutto si accende nella tua testa, le vetrine esplodono, brucia, brucia tutto, la ragazzina dell’agenzia interinale, gli orecchini rossi, i giornali dell’edicola coi politici in prima pagina, il drogato all’angolo della strada, tutti i partecipanti a questo enorme spettacolo del capitalismo che si sono fatti beffe di te e delle tue fottute strategie di resistenza del compost fatto dietro casa, dei maglioni fatti all’uncinetto e del bookcrossing. E mentre il tuo cervello va in fumo e le fiamme divorano tutto un urlo sale dalla tua bocca aperta rivolta al cielo, lì in mezzo alla strada, in mezzo alle luminarie di Natale che si sciolgono appresso ai tuoi pensieri, in mezzo a quella gente che ride di te e che brucia solo nella tua immaginazione.

E mentre urli la tua disperazione ti accorgi che la punizione è dietro l’angolo, il carcere, l’ospedale forse. E ne hai paura, terribilmente paura dei tuoi pensieri. Perchè ti hanno insegnato che solo le persone disadattate, quelle che vivono ai margini della società, possono pensare certe cose, tu non puoi, tu non sei così, tu ti mimetizzi bene. Stai lì, come tanti, a risalire strade di città nel periodo natalizio covando sogni di rivolta dentro la testa. Aspetti, come fanno tanti, isolati e stanchi, il momento giusto, l’onda che vi porterà via.

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2 risposte a L’onda

  1. guido scrive:

    complimenti per il pezzo. Mi sento come te tutte le volte che cammino per il corso della mia città.

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